Da: "Vera /Domani_Come_te" A: Oggetto: [Tamburi Lontani] Rassegna Stampa del 2003_03_03 Data: domenica 2 marzo 2003 15.17 Mentre Domeus e' ancora bloccato, vi invio io la Rassegna stampa di oggi che Giuseppe ( Vento...su TL) mi ha fatto pervenire dal momento che anche lui non riesce a scrivere in Lista. saluti Vera CLAUDIO BAGLIONI ALL'EUGANEO SONO INIZIATE LE PREVENDITE E' iniziata la prevendita per Claudio Baglioni, che si esibirà in concerto lunedì 23 giugno allo Stadio Euganeo, nella sua unica performance per il Nord Est (solo 7 le date previste in tutta la penisola: oltre a Padova, Ancona, Milano, Firenze, Roma e Napoli). A distanza di cinque anni dallo storico tour dei record «Da me a te» Baglioni torna come protagonista dei grandi stadi italiani con uno spettacolo che si preannuncia «epocale». In prevendita anche nei classici circuiti di vendita: Zed Ticketstore, Box Office Italia, Unicredit Banca d'Intesa - Cariverona, Banca del veneziano e ticketone. In vendita due soli ordini di posti: tribune numerate 40, tribune non numerate posto unico 25, più diritti di prevendita e commissioni online. Fonte: ?Il Mattino? di Padova ??????????? Grande attesa per Fossati FABRIANO ? Torna il Fabriano Vox Festival che vedrà sul palco del Gentile, domani sera (inizio concerto ore 21.15), Ivano Fossati. Il cantautore, già esibitosi in città un paio di anni or sono, presenterà il suo ultimo album «Lampo Viaggiatore» presso lo stabile fabrianese in una cornice di pubblico che si preannuncia degna dell'evento musicale in programma. Il Vox festival invernale ha messo a segno un altro colpo d'autore. Promosso dall'assessorato alla cultura del comune di Fabriano è nato nell'estate del 1999 con la direzione artistica di Mauro Binci e si è subito affermato a livello regonale e nazionale per aver ospitato nei cartelloni estivi ed invernali artisti come Caetano Veloso, Michael Brecker, Suzanne Vega, Michelle Shocked, Fiorella Mannoia, Max Gazzè, Vinicio Capossela, Claudio Baglioni ed altri. Prevendita dei biglietti presso il botteghino del teatro (tel. 0732/3644) ed inoltre con il call center Prenofacile (www.prenofacile.it). Fonte: ?Il Resto del Carlino? di Ancona ??????????? DALLA GESÙ BAMBINO HA 60 ANNI INVIATO A BOLOGNA ANCHE un posacenere si renderebbe subito conto che Lucio Dalla è un genio. Del resto è stato in testa alle classifiche con ogni canzone dal '71 a oggi, ma non solo; ha fatto tutto il resto, recitato al cinema (con i Taviani) e a teatro (al Piccolo), insegnato all'università (a Urbino), pubblicato libri («La bella vita», Rizzoli 2002), aperto una galleria d'arte moderna («No Code»), scritto editoriali (per questo giornale, un decennio fa). Ha anche fatto televisione, come autore, direttore artistico, conduttore. Poi, siccome il genio com'è noto confina con la follia, Lucio Dalla pare anche felicemente un po' folle. Da bambino a chi gli chiedeva cosa volesse fare da grande rispondeva: «Il cane» (ora ne ha due, il labrador Brilla e un altro di nome Piero con cui però è in freddo, visto che in 15 anni non l'ha mai riconosciuto come padrone). Da ragazzo aveva paura di prendere il tetano. «Mi spaventava la parola. Chiamavo di continuo la Croce Rossa. Alla quindicesima chiamata mi hanno mandato a quel paese». Cosi si trasferì a Roma. «Dormivo su una poltrona di vimini nei caffé di via Veneto. Ma non perché non avessi i soldi per pagarmi un letto. Mi bastava dormire due ore, volevo ricominciare subito a vivere. Mi svegliavo e ordinavo il cappuccino e il giornale. Faceva 60 lire». Il 4 marzo compie sessant'anni, ma non si può dire sia cambiato. Fisicamente ricorda ancora oggi un folletto senza la mania del sapone. Mobilissimo nel corpo e nell'intelletto, è impossibile stargli dietro. Affastella i discorsi in una sequela all'apparenza incomprensibile, mai comunque banale, con un accento emiliano più spiccato che nelle canzoni. È molto cortese con chi lo ferma per strada e simpatico. Ha un berretto di pelo, un giubbotto anch'esso molto peloso, anelli, orecchino, un bocchino per fumare e un libro sottobraccio che l'ha colpito molto, «Codice Genesi». «Lo legga, glielo regalo. È la storia del codice scoperto da un matematico israeliano nella Bibbia. Prevede un olocausto atomico nel 2006». Lucio Dalla crede nella legge dei numeri, è affascinato dalla cabala, ha studiato l'astrologia. Il suo primo album si intitolava 1999; uno dei suoi maggiori successi, Ciao, è uscito il 9/9/99. «Certo che la guerra imminente mi angoscia. Mi angosciava già il Kosovo. Ricorda "Ciao"? "È stato come un lampo/ solo in mezzo al cielo/ era blu cobalto, liscio/ liscio senza un pelo...". È il racconto del passaggio di un aereo che va a bombardare la Jugoslavia. Ero su un gommone in mezzo all'Adriatico, quando l'ho visto. Ma se ci riflette trova già le immagini delle Torri abbattute. Due anni prima. Io ho questa percezione del futuro, come l'attimo che segue il presente. La fine di questa scala che stiamo scendendo». L'intervista è iniziata nella casa-ufficio nel cuore di Bologna, fregi rinascimentali, pianoforti, opere d'arte moderna, colonne, parquet. Prosegue per via Massimo D'Azeglio, punteggiata da musicanti che dopo aver letto del successo di un collega scritturato al volo da Dalla sperano di farsi notare. Si conclude nello studio di registrazione, in una cantina del centro, dove sta nascendo la sua versione della Tosca. «È impossibile essere per la guerra. Ma bisogna avere una percezione giusta e piena della pace. Lasciare lì Saddam non è pace. La ripetitività, la solidarietà mistificata, la mediocrità non sono pace. Produrre mediocremente equivale a una dichiarazione di guerra». Dalla non ha aderito alla mobilitazione pacifista, e neppure a quella contro Berlusconi. «Non ne vedo la ragione. Non vedo emergenze. Non posso disconoscere la sua intelligenza. Berlusconi è un genio della comunicazione. L'ultima manifestazione del cesarismo. Ho letto il libro di Bocca ma non credo sia quella la chiave giusta; per capire Berlusconi bisogna leggere la biografia di Giulio Cesare di Luciano Canfora. Berlusconi ha letto di sicuro il De Bello gallico, si è posto seriamente il problema della conquista del potere. Io non l'ho votato, anche l'ultima volta ho votato a sinistra. Non ho votato neppure Guazzaloca, anche se alle prossime amministrative lo farò, perché è mio amico e perché qualcosa per Bologna ha fatto. A Roma voterei Veltroni però. Stimo molto anche Prodi. E la Fallaci, per il coraggio dimostrato con quel libro straordinario. Non mi piace la sinistra bigotta, che non nasce dal popolo ma dal cattolicesimo, e pretende di distinguere il bene dal male, rifiuta Céline, Pound, Evola, Filippani Ronconi». Berlusconi l'ha conosciuto vent'anni fa, «era la vigilia di Natale e mi invitò a pranzo a casa sua, ad Arcore. Pensavo volesse offrirmi qualcosa di interessante e per andare ho rinunciato a tutti gli impegni. Invece no, voleva solo conoscermi. Ricordo che ho pensato: questo diventa presidente della Repubblica. Non so però se gliel'ho anche detto...». Nessuna delle due fazioni che si contendono la guida della sinistra, i riformisti e i girotondini, accende le sue passioni. «Non è la sinistra ad avermi deluso, è la politica praticata prescindendo dal reale, dalla società. Mi interessa di più la lettura dei segni. La comunicazione. Le cose che insegno a Urbino. Mi piace confrontarmi con i giovani, anche se non vedo in loro autentico interesse per la politica. Vedo gadget, rappresentazioni, simulacri: i rasta, il Che, i simboli pacifisti». Sono passati sessant'anni da quel 4/3/'43, data di nascita e titolo della sua canzone più famosa. Dalla andò a Sanremo, nel '71, a inventarsi una nascita illegittima, a scandalizzare, a darsi un'identità posticcia. «In realtà mia madre faceva la sarta. La creatrice di modelli. Vivevamo a Bologna, non lontano da qui, ma lei aveva clienti lungo tutto l'Adriatico, a Fano, Teramo, Foggia, e d'estate ci spostavamo a Manfredonia. In quegli anni del dopoguerra crescevano in Puglia molti "figli 'e bottana smarocchinata", figli della guerra, di nascita e colore incerti. Mi sono immedesimato in uno di loro. Figlio dell'angiporto. Mi sentivo uno zingaro, un apolide dal patrimonio genetico disordinato. Avrei potuto essere così. Volevo regalare a tutti questo gioco. Una tammuriata. Sulla prima copertina del disco c'era un vecchia foto del porto di Manfredonia». Dalla risponde così a chi gli rimprovera di occultare se stesso, di portare il parrucchino, di dedicare sempre le canzoni a una lei. «Non amo le confessioni, sono uno che racconta, che gioca, convinto che la messa in scena della tragedia sia la tragedia vera». E suo padre, quello autentico? «Faceva il rappresentante». Di cosa? «Non lo so. Credo di olio. O forse faceva l'aviatore. Non ricordo, è morto che avevo 7 anni. Di sicuro aveva il brevetto da pilota ed era anche il direttore del tiro a volo di Bologna. Era "un gran cacciatore di quaglie e di fagiani"». Non veniva dal mare e non parlava un'altra lingua. «Il testo di 4/3/'43 lo scrisse Paola Pallottino, la figlia dell'etruscologo, sul mare delle Tremiti, di getto. Io fischiettavo la musica, che è poi una variante del Sor Capanna». Cosa sta dicendo Dalla? Quella musica è bellissima. «È la rielaborazione di uno stornello romanesco. Del resto non avevo strumenti da suonare né spartiti su cui scrivere. Fischiavo». Lei gioca a denigrarsi. Una volta ha detto che «Caruso», il suo più grande successo, milioni di dischi in tutto il mondo, è la sua canzone più brutta. «Intendevo dire che ormai non ce la faccio più a sentirla. Cantarla è diverso. Comunque 4/3/'43 a Sanremo andò bene. Il titolo doveva essere "Gesù Bambino", ma la Rai non voleva grane. Suggerirono anche di cambiare qualche parola, "gente del porto" anziché "ladri e puttane", ma non fu censura, fu un consiglio, il senso restava quello. Arrivò terza, dopo grandi canzoni come "Che sarà" e "Il cuore è uno zingaro"». A Sanremo Dalla tornerebbe pure, «se mai avessi la canzone giusta». Certo il festival è in declino, però di là continuano a passare tutti, «Vasco Rossi, Ramazzotti, Zucchero, la Pausini. Non ne ho mai persa un'edizione, e ogni volta tra colleghi ci telefoniamo, con Baglioni, Bersani, Carboni, per scambiarci commenti. Io ne ho ricordi belli. Il clima mi divertiva, anche se il primo tentativo, nel '66 con "Paf...bum", fu un fallimento. Era stato Paoli a inventarmi cantante. Allora suonavo jazz. Il clarinetto. Gino venne a sentirmi una sera in cui improvvisavo. Fu il mio primo produttore. Poi andai un anno a Parigi, l'Olympia, Diana Ross, Lucien Maurice, il marito di Dalida. Ho un solo ricordo brutto di Sanremo: ero vicino di camera di Tenco, la notte che si suicidò. Anzi, non ho quasi ricordi. Fui io a dare l'allarme, a capire che stava male. Ma non avevo capito tutto, pensavo avesse bevuto. Poi arrivarono i medici e i carabinieri, il piano fu sgomberato, cambiai stanza. Il resto l'ho rimosso. Non mi sono mai dato una spiegazione, anche se non credo alle versioni che negano il suicidio. Tenco aveva un carattere mutevole, soggetto a continui alti e bassi, ma era una dote, e poi amava quel che faceva. Non ne avevo mai più parlato». Sono gli anni della politica, della militanza, ma non per Dalla. «Il '68 non l'ho capito. Non me ne sono quasi accorto. Come del '77. Non ero per la rivoluzione. Votavo Pci. Una sera a Milano mi buttarono una molotov sul palco ma non ci feci caso, lo scoprii dopo dalla radio, al ristorante: "Attentato a Lucio Dalla...". Sono stato il primo a fare concerti negli stadi. Bellissima la tournée con De Gregori. Veltroni ci invitò a cena con Enrico Berlinguer; era deliziosamente triste, di una tristezza affascinante. Certo, Craxi era diverso. Me lo presentarono i suoi figli. Mi piaceva frequentarlo. Era generoso e divertente, sapeva mettersi in discussione. Era anche autoritario, come tutti i leader. Non era san Francesco, ma san Francesco non faceva il politico. Sapeva che votavo Pci ma non mi ha mai rotto le scatole, non mi ha mai neppure chiesto di suonare alle feste dell'Avanti!. E dire che lo avrei anche fatto». Dopo i dischi con il poeta Roversi, «grande maestro», il primo album da cantautore, «Com'è profondo il mare». «"Disperato erotico stomp" è la canzone del Settantasette bolognese. Tutto vero: la passeggiata notturna, la puttana con cui feci l'alba a parlare, la sega che mi sparai quando mi resi conto dell'occasione che avevo perduto. Mi ricorda un'altra Passeggiata, quella di Walser per Berlino. La perdita del presente, che non muore ma muta. Anche "L'anno che verrà" nasce da lì. La mia prima fonte di ispirazione è la Vienna della Secessione, Musil e Roth, Hoffmann e Otto Wagner, modernità senza modernismo. Prima ancora dell'America che pure ho molto amato, il jazz, la musica nera, e che ora dà segni di cedimento, proprio come l'impero austroungarico; domina l'aspetto multietnico, è l'ora dei chicanos, degli islamici e dei loro eroi, di Mohamed Alì e di Jabar». «Non ho disprezzato gli Anni Ottanta. Preferisco il mondo di adesso a quello di trent'anni fa. Non disprezzo la tv. Certo la Rai della Dc era molto meglio, la tv di adesso non mi piace, non mi piacciono i tg, però mi piace farla. Mi sono divertito a fare "La bella e la bestia" con la Ferilli, a giocare con il gramelot e le barzellette e a proseguire la recita con i telespettatori del sabato sera incontrati per strada, le vecchiette, i malati. La canzone non mi basta più. La coerenza è una bella palla al piede. Ho rispetto per i colleghi che fanno un solo mestiere, per gli amici come Guccini che incontravo all'osteria da Vito e ora non vedo più, per De Gregori con cui ci siamo amabilmente persi. Io di mestieri ne faccio cinque o sei. Ho rispetto per i segni all'inizio, ma di quel che mi esce dalla bocca alla fine non rispondo mai. L'unica garanzia è la qualità del lavoro. Sto riscrivendo la Tosca, la telefonata che ha appena sentito era di Califano che fa Spoletta, questo che chiama ora è Max Gazzé che fa Scarpia. Sono rimasto amico di Morandi, ho trovato Abbado e Pavarotti. Ho trovato la fede». Il Dalla sessantenne è credente. «La disperazione non ce la possiamo permettere. Nella mia vita ho avuto molte case, e in ognuna c'era una finestra che dava sui tetti e sul cielo. Il mio modo di credere è mettermi alla finestra, la sera, guardare i gatti, sentire l'odore dei mangiari, e pregare, non per formule, con con un mantra, ma uscendo da me, andando verso Dio. E il mio Dio è Gesù, è Cristo. Gesù è un terrorista dell'amore, ed è anche uno dei tre più grandi massmediologi di tutti i tempi. Con san Francesco, e Totò». INCONTRO CON L´ARTISTA ALLA VIGILIA DEL 4 MARZO, DATA DI NASCITA E TITOLO DI UNA MITICA CANZONE Fonte: ?La Stampa? ??????????? --------------------------------------------------------------- RICEVI QUESTA NEWSLETTER PERCHE' SEI ISCRITTO A DOMEUS.IT - Home for Communities --------------------------------------------------------------- Per cancellarti da questo gruppo clicca su http://www.domeus.it/public/unsubscribe.jsp?tsp=1046614654626&gid=303268&uid=18020502&sig=LHPBHLHGGGDMKMDI L'utilizzo di domeus è definito dai Termini e Condizioni di eCircle Srl: http://www.domeus.it/info/terms.jsp